La Biografia di Angelo Maesano a cura di Pippo Violi

ANGELO MAESANO
Angelo Maesano è nato a Roghudi (vecchio) il 25.9.1915 ed è morto a Roghudi Nuovo il 17.12.2000. E’ stato uno dei maggiori conoscitori della lingua greca di Calabria.
La stampa italiana ed estera si è interessata più di una volta al suo lavoro. Nella seconda guerra mondiale è stato prigioniero in Russia, successivamente, è stato internato nel campo di Mathausen, dove è riuscito a mettersi in contatto con tanti Greci. Al suo ritorno in patria ha cominciato a scrivere poesie e racconti in grecanico.
Angelo era conosciuto comunemente come “Mastrangelo”. Ha collaborato con il prof. Filippo Violi per la realizzazione delle pubblicazioni Le radici della nostra cultura e Tradizioni popolari Greco-calabre: racconti di un mondo che muore .
Una delle sue liriche, Ela, ela mu condà (Vieni, vienimi vicino), è diventata ormai l’inno ufficiale dei Greci di Calabria.

Angelo Maesano

Angelo Maesano

Profondo, inquieto, a volte tormentato, mai però contraddittorio, è il sentimento d’amore che anima la poesia di Angelo Maesano. Una religiosità tutta permeata da motivi ed immagini semplici e profonde allo stesso tempo. Né potrebbe essere diversamente dal momento che l’autore avverte e canta i soli valori e gli impulsi consentiti alla povertà, che possono realizzarsi soltanto attraverso la “santificazione” di quell’ amore giurato comunque e sempre su se stessi.
In un caleidoscopio di sentimenti, di impressioni, di esperienze vissute, di sofferenze e quant’altro, la sua poesia si snoda attraverso tematiche abusate dai grecanici, ma sempre attuali. Non c’è mai l’io esasperato, c’è solo la prova della sua impercettibile esistenza, della corsa verso l’esistere, della sua necessità. L’amicizia, l’abbandono in cui versa la propria terra, la guerra – che egli ha vissuto da tragedia dentro la tragedia – i ricordi delle tradizioni sono gli altri motivi più frequenti nei canti di Angelo.
Radicata nella sua cultura periferica la poesia di Angelo Maesano ha assunto i connotati del vissuto biografico ed esistenziale. La sua non è stata fantasia che esplorava il reale: è stata storia calata nel vissuto, nella sofferenza, nel presente, nell’antico che è ancora presente. La sua voce saliva calda, dolorosa, sincera dalle viscere malate della terra grecanica che egli ha inondato nel corso dei suoi anni di tanto sudore, e, come tutti in questa terra, ha pensato collettivamente; ha lottato alla stessa maniera, senza rabbia ma con consapevolezza. Come gli altri ha vissuto alla stessa maniera in questi paesi impastati di rovine e di miseria, inghiottiti dalle montagne, dove il tempo, la fatica e il dolore – che hanno radici lontane- hanno disegnato i loro volti carichi di umanità.
Con i frammenti dei suoi versi egli ha puntellato la sua cultura e la sua lingua, ed essi sono stati i versi di chi si aspettava che un evento si compisse, cercando di sostenerlo e di sospingere la sua realizzazione attraverso la parola e il canto. Ansia, desiderio di riscatto nei suoi versi che hanno denunciato la sottile ironia ed anche la rabbia di chi non voleva che i rapporti umani venissero regolati dalla violenza e dal permissivismo, in una nazione che un giorno gli aveva chiesto di andare a difendere chissà quali confini in nome di chissà quali ideali, e che oggi ha rafforzato sempre più il cerchio della solitudine sociale e nulla ha fatto per abbattere il muro della fame e della delinquenza.
Così era cominciata e così è finita la vita di Angelo, sempre in guerra, una guerra che ancora oggi segna il suo distacco dalla storia, una storia che ha attraversato il mondo grecanico lasciandogli soltanto la sua caligine e che, al fondo dei fatti che l’hanno costruita, ha trovato, solo per attimi, il tempo di ricordarsi di quest’uomo, ma soltanto per fargli imbracciare un moschetto. La voce di questo autore oggi si attesta per dignità di contenuti accanto a quelle che non si sono trastullate su reiterate tematiche provinciali o su abusate formule di querulità dalle antiche radici. Dai suoi versi si sono articolati le tensioni delle tradizioni culturali dell’isola grecanica che ancora accredita l’isolamento nella società e l’estraneità alla storia. Solo una lettura superficiale della sua poesia potrebbe non farci comprendere che la sua poesia era, a volte sì, sintatticamente elementare ma allo stesso tempo era profonda e schietta. L’elaborazione artistica non è mai apparsa in Angelo, non c’è stata, non avrebbe potuto esserci. Se solo egli si fosse fermato un attimo a badare alla lingua dei suoi componimenti poetici (e probabilmente non poteva nemmeno farlo!), sarebbe scomparsa la freschezza e la genuinità dei suoi versi, quel forte sapore popolare che non ha bisogno di modelli colti e che lo ha reso sicuramente il più popolare dei poeti grecanici. La sua è stata una cultura espressiva e poetica il cui valore risalta solo se è messa in rapporto ai temi che egli ha trattato, non sono stati documenti di lingua, sono stati documenti di vita. Essi hanno tratto forza da quelle persuase posizioni in cui egli portava tutta la carica del suo eccezionale temperamento, precisato, praticato e continuato negli anni; dalle sue drammatiche esperienze e dal suo robusto realismo utilizzando i termini più semplici e, allo stesso tempo, più duri, del linguaggio che denotavano una pienezza realistica difficilmente riscontrabile in altri poeti grecanici.
Poeta ed operaio, poeta del cuore, della rabbia, dei valori universali con cui fortemente concordava la sua personalità, costruita nella esperienza e nella cultura popolare, tra gli anfratti di una lingua che non lasciava spazio all’immaginazione né all’elaborazione stilistica. Alla sua lingua Angelo, più che nobiltà poetica, aveva chiesto l’aderenza ai temi e l’adattamento ai modi popolari, i soli che potevano dare – anche se con una certa uniformità e monotonia, ma senza diramazioni o sottintesi – la possibilità di tradurre senza mediazione retorica e nel modo più schietto, la voce dei sentimenti più vari e stimolanti, la consapevolezza e l’archetipa fierezza di chi sapeva di appartenere ad un’antica e nobile cultura; la rabbia di chi era costretto ad assistere impotente allo sfacelo di tutti gli esiti della storia. Le strutture poetiche a volte non trovavano un adeguato movimento linguistico, ma la sua espressione diventava eloquente e vibrante quando si incontravano con la passione ammaestratrice e politica, col suo semplice modo di essere vivo fra sottile ironia, sdegno e dolore, esortazione e rampogna. Questo è stato Angelo, tra Bacco e gioia di vivere, unico conforto all’uomo, unico riparo all’urgenza delle passioni .
Filippo Violi

Posted by admin on nov 10th, 2009 and filed under Cultura, Paleaghenea. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response by filling following comment form or trackback to this entry from your site

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