La situazione dei greci di Calabria

SITUAZIONE DEI GRECI DI CALABRIA
Il territorio immediatamente ad Est ed a Sud Est di Reggio Calabria, all’incirca fra Cardeto ed Africo, ha una tradizione grecanica che si è mantenuta più a lungo nel tempo rispetto al resto della Calabria ed anche della provincia reggina ed in particolare attorno alla vallata dell’Amendolea, tra le pendici dell’Aspromonte, all’estremo lembo della Calabria meridionale, mostra ancora un residuo di vitalità oggettivamente verificabile. I suoi centri più notevoli, specie nel secolo scorso, sono stati: Cardeto, Amendolea, Condofuri, Gallicianò, Roccaforte del Greco, Ghorio di Roccaforte, Roghudi, Ghorio di Roghudi, Bova e Bova Marina ed oggi sono ristretti a Roghudi e Gallicianò con testimoni a Bova.
È bene sottolineare, tuttavia, che la cultura greca di Calabria, non è esclusiva del territorio menzionato. Infatti nell’età altomedievale tutta la Calabria fu bizantina, anche nella lingua. Nel basso medioevo la lingua greca continuava ad essere parlata nel catanzarese e nel reggino, mentre nel cosentino cominciavano ad affluire i portatori di un altro filone della cultura bizantina, di lingua mista, albanese e greca e di etnia albanese.
Durante tutto il medioevo tutta la piana di Gioia Tauro fu apprezzata per la cultura e la lingua grecanica. Più tardi, in età moderna, l’antica lingua continuò a mantenersi, in particolare tra le falde dell’Aspromonte.
Quali che siano le diverse cause prossime di questa corrosione, è evidente che la tradizionale cultura greca di Calabria, abbia subito un attacco deciso e vincente da parte di altre culture veicolate nella società dalle classi dominanti, sia forestiere che locali.

La lingua è il segno più immediato ed anche il veicolo più importante di una cultura; di quella grecanica ne fanno parte altri quattro ambiti che sono le abitudini, l’artigianato, la musica, la religione. La lingua mostra i segni di un’eredità antica che risale fino ai tempi omerici. L’artigianato usa, nei suoi schemi formali, disegni che la cultura tardo antica e bizantina ha mutuato nella preistoria; succede così che l’ornato di un oggetto artigianale di questo territorio, mostri concordanze con decorazioni di culture pregreche dello stesso territorio e sia del tutto simile ad altri oggetti esemplari in località assai distanti dal mondo romaico. Nell’artigianato tessile i disegni sono ravvivati dall’accostamento acceso dei colori; ciò si può ammirare ancor’oggi nei prodotti di Roghudi (Ghorio), Gallicianò e Bova.
Le abitudini sono un misto di affinità greco-antiche e quelle dei popoli dell’impero bizantino, una miscela pagano-religiosa. Il repertorio musicale è quello di tutto il reggino ma le esecuzioni di Galliciano e Roghudi (Ghorio) esprimono una particolare, affascinante irruenza.
Bisogna considerare ancora due ulteriori elementi che hanno caratterizzato la vita della popolazione di questo territorio, influenzando la sua cultura: il lavoro e la storia. Tralascerò quest’ultimo elemento perché troppo complesso. Il lavoro predominante, almeno per due millenni, è stato quello agropastorale; esso per una larghissima maggioranza si è accompagnato ad un’ economia povera ed in alcuni casi misera. Nell’ambito agricolo la coltura pregiata della vite per il commercio del vino, ha un’antichissima tradizione; ad essa si affiancò, a partire dall’età bizantina fino a tutto il secolo XVIII, la coltivazione del gelso bianco per la produzione della seta, fonte di un’industria artigianale per alcuni secoli fiorentissima, quella della tessitura. Nello stesso secolo cominciò a prevalere la coltura dell’olivo.
Nell’ambito pastorale i più antichi allevamenti finalizzati all’esportazione, furono quello equino, assai pregiato fino al XVI secolo circa e quello suino assai persistente ed al quale è correlata la quantità di querce e castagni che caratterizzano il paesaggio odierno insieme agli ulivi. Poi l’allevamento equino decadde e quello suino fu ristretto e quasi esclusivamente destinato al consumo interno, di tipo familiare. A partire dal basso medioevo venne incrementato l’allevamento ovino a beneficio preponderante delle classi abbienti, più che degli allevatori. Per molti secoli fu un’attività destinata al consumo interno con una modesta (in taluni casi discreta) commercializzazione a livello locale. In tale allevamento oggi prevale la capra che in altri territori sembra ormai in estinzione. Mi preme affermare che nella nostra età la classe contadina è scomparsa, quella dei pastori è in declino, come la lingua del resto. La cultura dominante è stata indotta a vedere nella tradizione contadina e pastorale i sintomi dell’ignoranza e della superstizione; da questo concetto si è passati a quello di arretratezza e quindi di incivile rozzezza e pericolosità sociale.

Gli effetti di questi pregiudizi sono stati, prima l’incapacità di sorprendere ed apprezzare gli aspetti umani e la millenaria civiltà condensati nella cultura orale; poi la caduta verticale dell’antica lingua ed oggi del dialetto, quindi il decadimento e la dissoluzione delle tradizioni culturali contadine, infine la cessazione delle attività artigianali e la dispersione e distruzione dei suoi prodotti. La scomparsa dei contadini come classe sociale è stata stimolata, nell’immediato dopoguerra, anche dal bisogno di riscatto da una condizione ritenuta abbietta.
Oggi la caduta verticale della lingua grecanica, cominciata più di mezzo secolo fa, è anche una reazione al dileggio che la società calabro-ellenofona ha subito in quanto tale durante il primo secolo della dominazione italiana. Per molti decenni gli abitanti ellenofoni sembravano, o facevano finta, di non accorgersi di questo disprezzo, attaccati alla tradizione. Ma quando c’è stata la convinzione di trasmettere con la lingua un disvalore, si è smesso di farlo. Gli sforzi compiuti da privati ed associazioni negli ultimi trent’anni per correggere il rifiuto di veicolare la lingua di generazione in generazione, sono falliti. Anche a Roghudi e Gallicianò dove fino alla metà del XX secolo il 100 per cento della popolazione continuava ad usare il grecanico come lingua di conversazione abituale, se c’è oggi qualche bimbo che conosce delle espressioni grecaniche, molto probabilmente le ha apprese da altre fonti che non il linguaggio materno.
In questi ultimi tempi i mezzi di comunicazione locale, giornali, tv, informano di iniziative varie, progetti megalitici, organizzati da enti locali, sedicenti associazioni culturali che spesso non hanno avuto e non hanno nulla a che spartire con l’area grecanica. Un interessamento sospetto, in taluni casi tardivo, proprio adesso che molto poco rimane del patrimonio linguistico-culturale dell’etnia grecanica.
La popolazione che fino a mezzo secolo fa costituiva i centri grecanici aspromontani, anche per ragioni precedentemente esposte, si è sparpagliata in forma apparentemente spontanea, in tutto il territorio della provincia reggina, smarrendo la sua identità, adeguandosi a nuovi stili di vita, linguaggi, cultura, tradizioni diversi abbandonando e dimenticando i propri. Per cui tutte le possibili ed immaginabili iniziative, non incideranno, nel tempo alla causa grecanica, a ripristinare o migliorare oggettivamente o tutelare e promuovere lo stato linguistico-culturale della minoranza.

roghudi-vecchio

Cenni storici ROGHUDI
Tra le pendici dell’Aspromonte, lungo la vallata dell’Amendolea, proteso, ad Ovest sul letto della fiumara Amendolea (riportata col nome di Alècce da Strabone), ad Est lungo il letto della fiumara Furrìa che confluisce nell’Amendolea lì dove termina il lato Sud dell’abitato, si erge, legato a Nord con le viscere dell’Aspromonte, l’abitato di Roghudi abbarbicato sulla nuda roccia che sembra avere, nel suo insieme, la forma di una schiena di pesce.
Le sue origini sono incerte, poichè non esistono documenti di sorta che ne testimonino la data. Probabilmente i primi nuclei si sono insediati tra l’XI e il XII secolo ed erano costituiti da pastori i quali si erano spinti verso l’interno del massiccio aspromontano alla ricerca di nuovi pascoli per le loro greggi, ed alla lunga hanno deciso di stanziarvisi.
Esiste anche l’ipotesi, forse meno probabile, che popolazioni fino ad allora vissute lungo le coste calabre, siano state messe in fuga da scorrerie turche, forse tra il X e l’XI secolo, ed abbiano cercato riparo verso i territori interni dell’Aspromonte, non facilmente raggiungibili, ma non del tutto sicuri se ancora nell’abitato di Roghudi sono visibili tracce di mura, alle quali erano infissi grandi cancelli di ferro che delimitavano le vie di accesso al paese e, di notte, si racconta, dal lato che guarda al mare si montavano dei turni di guardia fino a che è esistita la minaccia delle invasioni saracene.
Più a Nord e più in alto, a distanza di qualche chilometro, sorge la frazione di Ghorio adagiata e nascosta tra i crinali aspromontani che le fanno da splendida e suprema corona.
Da sempre le popolazioni di questi centri hanno praticato, come attività prevalenti, la pastorizia e l’agricoltura, per lo più di sussistenza. La stragrande maggioranza dei terreni e delle greggi era concentrata nelle mani di poche famiglie e con essi anche il destino o la sopravvivenza di molta parte della popolazione. Scarse erano le attività commerciali rappresentate dai prodotti della pastorizia (animali da macello, latticini, pellame) e della terra (castagne, pere, noci, fichi secchi, ecc.). Tali scambi commerciali avvenivano, per lo più, con i centri della costa dove, poi, venivano acquistati i generi di prima necessità e gli utensili non costruibili artigianalmente perchè non lignei (tutti gli utensili in legno sono realizzati sul posto da valenti ed esperti artigiani) che servivano per lo svolgimento delle attività agricole e pastorali…. Così la vita degli abitanti di Roghudi, come del resto quella di altre popolazioni limitrofem è andata avanti per secoli usando come veicolo di comunicazione una lingua particolare, un misto di greco arcaico antico, bizantino e moderno con l’aggiunta di lemmi di altre popolazioni dominatrici, che è sopravvissuta, quasi integralmente, fino alla prima metà del XX secolo, quando ancora si potevano incontrare delle persone che non sapevano comunicare in nessun’altra lingua se non in quella greco calabra o grecanica com’è stata chiamata dagli studiosi di glottologia.
Roghudi, insieme ai paesi dell’area grecofona odierna (Condofurì con Gallicianò, Bova, Bova Marina e Roccaforte) centri in cui ancora si può ascoltare il dolce suono di quella lingua in lenta decomposizione, fu casale di Amendolea, centro importantissimo, prima che quest’ultimo decadesse e tutti i paesi passassero sotto l’influenza culturale, giurisdizionale e religiosa di Bova, la Chora. In quest’area le funzioni religiose si celebrarono col rito bizantino abolito nel 1572. È indubbio che in tempi lontani anche in luoghi così sperduti, la presenza del monachesimo bizantino (orientale) fece sentire la sua influenza sia dal punto di vista linguistico che da quello religioso. Sono presenti nella lingua grecocalabra termini religiosi bizantini e diversi toponimi traggono origine da nomi di santi italo-greci come: Ajìa Caterìni, (Santa Caterina), Jennilìa (Sant’Elia), Jendonàto (San Donato), Jennicòla (San Nicola), Ajia Trada o Triàda (Santa Trinità), Camundulìa (Campi di Elia).
Alla fine del secondo conflitto mondiale, molta di quella gente che era vissuta di stenti, prima per le scarse risorse economiche, poi a causa della guerra, decide di emigrare. In particolare i giovani che avevano vissuto l’esperienza del conflitto. Così incomincia il lento, inesorabile deteriorarsi della lingua grecocalabra e di usi e costumi che conservavano, alcuni di essi, origini omeriche e pre omeriche e ad essere sostituiti da altri, al pari del linguaggio. Comincia così il lento, continuo, progressivo svuotamento demografico che si concluderà in modo definitivo, in tempi diversi, con l’alluvione del 1971-72….

I GRECANICI
Le varie dominazioni hanno creato, tra i boschi della Sila Greca, nellAspromonte, lungo la costa Jonica e sulle pendici della costa Tirrenica, delle vere e proprie isole linguistiche dal fascino antico, mantenendo vivi, stili di vita e tradizioni di una civiltà antichissima. In queste realtà, si scopre, il mondo arcaico delle comunità grecaniche, i discendenti diretti dei greci.
Grande è stato lo stupore di quei soldati italo-grecanici, durante la seconda guerra mondiale, di sentirsi in Grecia “a casa sua” e dei greci di trovare soldati italiani dalle stesse caratteristiche somatiche, che portavano lo stesso cognome e parlavano la stessa lingua. Oggi i “grecanici”, cioè i parlanti del dialetto greco che nel XVI secolo popolavano ben venti paesi, sono solo 5000 e circoscritti a cinque comuni: Bova, Condofuri, Gallicianò, Roccaforte del Greco e Roghudi.
Le opinioni sulla origine della loro parlata sono fondamentalmente due:.
A) quella che l’attribuisce alla dominazione bizantina (X-XI secolo d.C.);.
B) quella che l’attribuisce alla lingua parlata dai coloni del V secolo a.C, cui si deve la splendida civiltà della Magna Grecia e la fondazione di città famose nell’antichità come Reggio, Locri, Crotone e Sibari. Delle due teorie, oggi, la seconda sembra più accettabile.

GHORIO DI ROGHUDI
Poco distante da Roghudi si trova la frazione di Ghorio, un piccolo nucleo di case ormai anch’esse abbandonate.
Da Ghorio è possibile scorgere un grosso masso con delle “groppe”: la “Rocca tu Dracu” che secondo la leggenda venivano paragonate a delle piccole caldaie “Caddareddhi”, servivano al nutrimento del drago, custode di un tesoro.

LEGGENDE

LA LEGGENDA DEL DRAGO
Il drago, oltre ad essere cieco era custode di un tesoro, il quale veniva assegnato, a chi riusciva a superare una prova di coraggio.
La prova consisteva nel sacrificio di tre esseri viventi di sesso maschile: un bambino appena nato, un capretto e un gatto nero, senza nemmeno un pelo bianco. Per secoli nessuno si sognò di sfidare il drago, fino al giorno in cui in paese nacque un bambino malformato, l’ostetrica lo avvolse in un panno e lo consegnò a due uomini perché se ne sbarazzassero. Ma costoro vedendosi tra le mani quella povera creatura si ricordarono della leggenda e lestamente si procurarono anche il capretto e il gatto nero. Tutto era pronto per la sacrificazione, uccisero il capretto e il gatto nero, ma quando arrivò il turno del bambino, si sollevò una tempesta di vento che scaraventò, quei sciagurati contro le rocce uccidendo uno di essi.
Da allora nessuno pensò più al presunto tesoro, anche perché l’uomo sopravvissuto alla tempesta fu perseguitato dal diavolo sino alla sua morte.

LE ANARADE
Secondo gli anziani abitanti di Roghudi, le anarade erano delle
donne aventi i piedi a forma di zoccoli come i muli e vivevano nella contrada di “Ghalipò” di fronte Roghudi.
Le anarade, cercavano di attirare le donne del paese, affinché si recassero al fiume a lavare i panni, con l’intento di ucciderle, così gli uomini del paese potevano accoppiarsi solo con loro.
Si racconta che le anarade, per attirare le donne, usavano ogni strategia, come per esempio la trasformazione della voce. Per proteggersi dalle anarade gli abitanti del paese, fecero costruire tre cancelli, collocandoli in tre differenti entrate: uno a “Plachi”, “uno a Pizzipiruni” e uno ad “Agriddhea” , che in effetti ancora esistono.

LA NUOVA ROGHUDI
Nel 1988 vennero assegnate alla collettività gli alloggi costruiti presso la zona San Leonardo nel comune di Melito PS, a due passi dal mare e di fronte alla bellezza ed imponenza dell’Etna che, con le sue cime innevate, riesce molto spesso a far venire in mente le montagne dell’Aspromonte dove per secoli questa gente ha vissuto con sacrifici, con notevoli difficoltà economiche, culturali, e interpersonali.
La NUOVA ROGHUDI anche se si trova a due passi del Mar Jonio, è abitata da persone che non hanno mai avuto il cuore alla marina, loro sono rimasti legati alla montagna, alla ROGHUDI VECCHIA distesa sopra quei costoni di roccia lambita dalla fiumara Amendolea, in quelle case abbandonate che sembrano narrare al cielo il dolore di una madre dopo aver perso i suoi figli.

Posted by admin on nov 12th, 2009 and filed under Cultura. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response by filling following comment form or trackback to this entry from your site

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