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		<title>La situazione dei greci di Calabria</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2009 18:31:46 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>SITUAZIONE DEI GRECI DI CALABRIA</strong><br />
Il territorio immediatamente ad Est ed a Sud Est di Reggio Calabria, all&#8217;incirca fra Cardeto ed Africo, ha una tradizione grecanica che si è mantenuta più a lungo nel tempo rispetto al resto della Calabria ed anche della provincia reggina ed in particolare attorno alla vallata dell&#8217;Amendolea, tra le pendici dell&#8217;Aspromonte, all&#8217;estremo lembo della Calabria meridionale, mostra ancora un residuo di vitalità oggettivamente verificabile. I suoi centri più notevoli, specie nel secolo scorso, sono stati: Cardeto, Amendolea, Condofuri, Gallicianò, Roccaforte del Greco, Ghorio di Roccaforte, Roghudi, Ghorio di Roghudi, Bova e Bova Marina ed oggi sono ristretti a Roghudi e Gallicianò con testimoni a Bova.<br />
È bene sottolineare, tuttavia, che la cultura greca di Calabria, non è esclusiva del territorio menzionato. Infatti nell&#8217;età altomedievale tutta la Calabria fu bizantina, anche nella lingua. Nel basso medioevo la lingua greca continuava ad essere parlata nel catanzarese e nel reggino, mentre nel cosentino cominciavano ad affluire i portatori di un altro filone della cultura bizantina, di lingua mista, albanese e greca e di etnia albanese.<br />
Durante tutto il medioevo tutta la piana di Gioia Tauro fu apprezzata per la cultura e la lingua grecanica. Più tardi, in età moderna, l&#8217;antica lingua continuò a mantenersi, in particolare tra le falde dell&#8217;Aspromonte.<br />
Quali che siano le diverse cause prossime di questa corrosione, è evidente che la tradizionale cultura greca di Calabria, abbia subito un attacco deciso e vincente da parte di altre culture veicolate nella società dalle classi dominanti, sia forestiere che locali.</p>
<p><strong>La lingua è il segno più immediato</strong> ed anche il veicolo più importante di una cultura; di quella grecanica ne fanno parte altri quattro ambiti che sono le abitudini, l&#8217;artigianato, la musica, la religione. La lingua mostra i segni di un&#8217;eredità antica che risale fino ai tempi omerici. L&#8217;artigianato usa, nei suoi schemi formali, disegni che la cultura tardo antica e bizantina ha mutuato nella preistoria; succede così che l&#8217;ornato di un oggetto artigianale di questo territorio, mostri concordanze con decorazioni di culture pregreche dello stesso territorio e sia del tutto simile ad altri oggetti esemplari in località assai distanti dal mondo romaico. Nell&#8217;artigianato tessile i disegni sono ravvivati dall&#8217;accostamento acceso dei colori; ciò si può ammirare ancor&#8217;oggi nei prodotti di Roghudi (Ghorio), Gallicianò e Bova.<br />
Le abitudini sono un misto di affinità greco-antiche e quelle dei popoli dell&#8217;impero bizantino, una miscela pagano-religiosa. Il repertorio musicale è quello di tutto il reggino ma le esecuzioni di Galliciano e Roghudi (Ghorio) esprimono una particolare, affascinante irruenza.<br />
Bisogna considerare ancora due ulteriori elementi che hanno caratterizzato la vita della popolazione di questo territorio, influenzando la sua cultura: il lavoro e la storia. Tralascerò quest&#8217;ultimo elemento perché troppo complesso. Il lavoro predominante, almeno per due millenni, è stato quello agropastorale; esso per una larghissima maggioranza si è accompagnato ad un&#8217; economia povera ed in alcuni casi misera. Nell&#8217;ambito agricolo la coltura pregiata della vite per il commercio del vino, ha un&#8217;antichissima tradizione; ad essa si affiancò, a partire dall&#8217;età bizantina fino a tutto il secolo XVIII, la coltivazione del gelso bianco per la produzione della seta, fonte di un&#8217;industria artigianale per alcuni secoli fiorentissima, quella della tessitura. Nello stesso secolo cominciò a prevalere la coltura dell&#8217;olivo.<br />
Nell&#8217;ambito pastorale i più antichi allevamenti finalizzati all&#8217;esportazione, furono quello equino, assai pregiato fino al XVI secolo circa e quello suino assai persistente ed al quale è correlata la quantità di querce e castagni che caratterizzano il paesaggio odierno insieme agli ulivi. Poi l&#8217;allevamento equino decadde e quello suino fu ristretto e quasi esclusivamente destinato al consumo interno, di tipo familiare. A partire dal basso medioevo venne incrementato l&#8217;allevamento ovino a beneficio preponderante delle classi abbienti, più che degli allevatori. Per molti secoli fu un&#8217;attività destinata al consumo interno con una modesta (in taluni casi discreta) commercializzazione a livello locale. In tale allevamento oggi prevale la capra che in altri territori sembra ormai in estinzione. Mi preme affermare che nella nostra età la classe contadina è scomparsa, quella dei pastori è in declino, come la lingua del resto. La cultura dominante è stata indotta a vedere nella tradizione contadina e pastorale i sintomi dell&#8217;ignoranza e della superstizione; da questo concetto si è passati a quello di arretratezza e quindi di incivile rozzezza e pericolosità sociale.</p>
<p><strong>Gli effetti di questi pregiudizi sono stati</strong>, prima l&#8217;incapacità di sorprendere ed apprezzare gli aspetti umani e la millenaria civiltà condensati nella cultura orale; poi la caduta verticale dell&#8217;antica lingua ed oggi del dialetto, quindi il decadimento e la dissoluzione delle tradizioni culturali contadine, infine la cessazione delle attività artigianali e la dispersione e distruzione dei suoi prodotti. La scomparsa dei contadini come classe sociale è stata stimolata, nell&#8217;immediato dopoguerra, anche dal bisogno di riscatto da una condizione ritenuta abbietta.<br />
Oggi la caduta verticale della lingua grecanica, cominciata più di mezzo secolo fa, è anche una reazione al dileggio che la società calabro-ellenofona ha subito in quanto tale durante il primo secolo della dominazione italiana. Per molti decenni gli abitanti ellenofoni sembravano, o facevano finta, di non accorgersi di questo disprezzo, attaccati alla tradizione. Ma quando c&#8217;è stata la convinzione di trasmettere con la lingua un disvalore, si è smesso di farlo. Gli sforzi compiuti da privati ed associazioni negli ultimi trent&#8217;anni per correggere il rifiuto di veicolare la lingua di generazione in generazione, sono falliti. Anche a Roghudi e Gallicianò dove fino alla metà del XX secolo il 100 per cento della popolazione continuava ad usare il grecanico come lingua di conversazione abituale, se c&#8217;è oggi qualche bimbo che conosce delle espressioni grecaniche, molto probabilmente le ha apprese da altre fonti che non il linguaggio materno.<br />
In questi ultimi tempi i mezzi di comunicazione locale, giornali, tv, informano di iniziative varie, progetti megalitici, organizzati da enti locali, sedicenti associazioni culturali che spesso non hanno avuto e non hanno nulla a che spartire con l&#8217;area grecanica. Un interessamento sospetto, in taluni casi tardivo, proprio adesso che molto poco rimane del patrimonio linguistico-culturale dell&#8217;etnia grecanica.<br />
La popolazione che fino a mezzo secolo fa costituiva i centri grecanici aspromontani, anche per ragioni precedentemente esposte, si è sparpagliata in forma apparentemente spontanea, in tutto il territorio della provincia reggina, smarrendo la sua identità, adeguandosi a nuovi stili di vita, linguaggi, cultura, tradizioni diversi abbandonando e dimenticando i propri. Per cui tutte le possibili ed immaginabili iniziative, non incideranno, nel tempo alla causa grecanica, a ripristinare o migliorare oggettivamente o tutelare e promuovere lo stato linguistico-culturale della minoranza.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-133" title="roghudi-vecchio" src="http://www.paleaghenea.areagrecanica.it/wp-content/uploads/2009/11/roghudi-vecchio.jpg" alt="roghudi-vecchio" width="478" height="360" /></p>
<p><strong>Cenni storici ROGHUDI</strong><br />
Tra le pendici dell&#8217;Aspromonte, lungo la vallata dell&#8217;Amendolea, proteso, ad Ovest sul letto della fiumara Amendolea (riportata col nome di Alècce da Strabone), ad Est lungo il letto della fiumara Furrìa che confluisce nell&#8217;Amendolea lì dove termina il lato Sud dell&#8217;abitato, si erge, legato a Nord con le viscere dell&#8217;Aspromonte, l&#8217;abitato di Roghudi abbarbicato sulla nuda roccia che sembra avere, nel suo insieme, la forma di una schiena di pesce.<br />
Le sue origini sono incerte, poichè non esistono documenti di sorta che ne testimonino la data. Probabilmente i primi nuclei si sono insediati tra l&#8217;XI e il XII secolo ed erano costituiti da pastori i quali si erano spinti verso l&#8217;interno del massiccio aspromontano alla ricerca di nuovi pascoli per le loro greggi, ed alla lunga hanno deciso di stanziarvisi.<br />
Esiste anche l&#8217;ipotesi, forse meno probabile, che popolazioni fino ad allora vissute lungo le coste calabre, siano state messe in fuga da scorrerie turche, forse tra il X e l&#8217;XI secolo, ed abbiano cercato riparo verso i territori interni dell&#8217;Aspromonte, non facilmente raggiungibili, ma non del tutto sicuri se ancora nell&#8217;abitato di Roghudi sono visibili tracce di mura, alle quali erano infissi grandi cancelli di ferro che delimitavano le vie di accesso al paese e, di notte, si racconta, dal lato che guarda al mare si montavano dei turni di guardia fino a che è esistita la minaccia delle invasioni saracene.<br />
Più a Nord e più in alto, a distanza di qualche chilometro, sorge la frazione di Ghorio adagiata e nascosta tra i crinali aspromontani che le fanno da splendida e suprema corona.<br />
Da sempre le popolazioni di questi centri hanno praticato, come attività prevalenti, la pastorizia e l&#8217;agricoltura, per lo più di sussistenza. La stragrande maggioranza dei terreni e delle greggi era concentrata nelle mani di poche famiglie e con essi anche il destino o la sopravvivenza di molta parte della popolazione. Scarse erano le attività commerciali rappresentate dai prodotti della pastorizia (animali da macello, latticini, pellame) e della terra (castagne, pere, noci, fichi secchi, ecc.). Tali scambi commerciali avvenivano, per lo più, con i centri della costa dove, poi, venivano acquistati i generi di prima necessità e gli utensili non costruibili artigianalmente perchè non lignei (tutti gli utensili in legno sono realizzati sul posto da valenti ed esperti artigiani) che servivano per lo svolgimento delle attività agricole e pastorali&#8230;. Così la vita degli abitanti di Roghudi, come del resto quella di altre popolazioni limitrofem è andata avanti per secoli usando come veicolo di comunicazione una lingua particolare, un misto di greco arcaico antico, bizantino e moderno con l&#8217;aggiunta di lemmi di altre popolazioni dominatrici, che è sopravvissuta, quasi integralmente, fino alla prima metà del XX secolo, quando ancora si potevano incontrare delle persone che non sapevano comunicare in nessun&#8217;altra lingua se non in quella greco calabra o grecanica com&#8217;è stata chiamata dagli studiosi di glottologia.<br />
Roghudi, insieme ai paesi dell&#8217;area grecofona odierna (Condofurì con Gallicianò, Bova, Bova Marina e Roccaforte) centri in cui ancora si può ascoltare il dolce suono di quella lingua in lenta decomposizione, fu casale di Amendolea, centro importantissimo, prima che quest&#8217;ultimo decadesse e tutti i paesi passassero sotto l&#8217;influenza culturale, giurisdizionale e religiosa di Bova, la Chora. In quest&#8217;area le funzioni religiose si celebrarono col rito bizantino abolito nel 1572. È indubbio che in tempi lontani anche in luoghi così sperduti, la presenza del monachesimo bizantino (orientale) fece sentire la sua influenza sia dal punto di vista linguistico che da quello religioso. Sono presenti nella lingua grecocalabra termini religiosi bizantini e diversi toponimi traggono origine da nomi di santi italo-greci come: Ajìa Caterìni, (Santa Caterina), Jennilìa (Sant&#8217;Elia), Jendonàto (San Donato), Jennicòla (San Nicola), Ajia Trada o Triàda (Santa Trinità), Camundulìa (Campi di Elia).<br />
Alla fine del secondo conflitto mondiale, molta di quella gente che era vissuta di stenti, prima per le scarse risorse economiche, poi a causa della guerra, decide di emigrare. In particolare i giovani che avevano vissuto l&#8217;esperienza del conflitto. Così incomincia il lento, inesorabile deteriorarsi della lingua grecocalabra e di usi e costumi che conservavano, alcuni di essi, origini omeriche e pre omeriche e ad essere sostituiti da altri, al pari del linguaggio. Comincia così il lento, continuo, progressivo svuotamento demografico che si concluderà in modo definitivo, in tempi diversi, con l&#8217;alluvione del 1971-72&#8230;.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>I GRECANICI</strong><br />
Le varie dominazioni hanno creato, tra i boschi della Sila Greca, nellAspromonte, lungo la costa Jonica e sulle pendici della costa Tirrenica, delle vere e proprie isole linguistiche dal fascino antico, mantenendo vivi, stili di vita e tradizioni di una civiltà antichissima. In queste realtà, si scopre, il mondo arcaico delle comunità grecaniche, i discendenti diretti dei greci.<br />
Grande è stato lo stupore di quei soldati italo-grecanici, durante la seconda guerra mondiale, di sentirsi in Grecia “a casa sua” e dei greci di trovare soldati italiani dalle stesse caratteristiche somatiche, che portavano lo stesso cognome e parlavano la stessa lingua. Oggi i “grecanici”, cioè i parlanti del dialetto greco che nel XVI secolo popolavano ben venti paesi, sono solo 5000 e circoscritti a cinque comuni: Bova, Condofuri, Gallicianò, Roccaforte del Greco e Roghudi.<br />
Le opinioni sulla origine della loro parlata sono fondamentalmente due:.<br />
A) quella che l’attribuisce alla dominazione bizantina (X-XI secolo d.C.);.<br />
B) quella che l’attribuisce alla lingua parlata dai coloni del V secolo a.C, cui si deve la splendida civiltà della Magna Grecia e la fondazione di città famose nell’antichità come Reggio, Locri, Crotone e Sibari. Delle due teorie, oggi, la seconda sembra più accettabile.</p>
<p><strong>GHORIO DI ROGHUDI</strong><br />
Poco distante da Roghudi si trova la frazione di Ghorio, un piccolo nucleo di case ormai anch’esse abbandonate.<br />
Da Ghorio è possibile scorgere un grosso masso con delle “groppe”: la “Rocca tu Dracu” che secondo la leggenda venivano paragonate a delle piccole caldaie “Caddareddhi”, servivano al nutrimento del drago, custode di un tesoro.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>LEGGENDE</strong></p>
<p><strong>LA LEGGENDA DEL DRAGO<br />
</strong>Il drago, oltre ad essere cieco era custode di un tesoro, il quale veniva assegnato, a chi riusciva a superare una prova di coraggio.<br />
La prova consisteva nel sacrificio di tre esseri viventi di sesso maschile: un bambino appena nato, un capretto e un gatto nero, senza nemmeno un pelo bianco. Per secoli nessuno si sognò di sfidare il drago, fino al giorno in cui in paese nacque un bambino malformato, l’ostetrica lo avvolse in un panno e lo consegnò a due uomini perché se ne sbarazzassero. Ma costoro vedendosi tra le mani quella povera creatura si ricordarono della leggenda e lestamente si procurarono anche il capretto e il gatto nero. Tutto era pronto per la sacrificazione, uccisero il capretto e il gatto nero, ma quando arrivò il turno del bambino, si sollevò una tempesta di vento che scaraventò, quei sciagurati contro le rocce uccidendo uno di essi.<br />
Da allora nessuno pensò più al presunto tesoro, anche perché l’uomo sopravvissuto alla tempesta fu perseguitato dal diavolo sino alla sua morte.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>LE ANARADE</strong><br />
Secondo gli anziani abitanti di Roghudi, le anarade erano delle<br />
donne aventi i piedi a forma di zoccoli come i muli e vivevano nella contrada di “Ghalipò” di fronte Roghudi.<br />
Le anarade, cercavano di attirare le donne del paese, affinché si recassero al fiume a lavare i panni, con l’intento di ucciderle, così gli uomini del paese potevano accoppiarsi solo con loro.<br />
Si racconta che le anarade, per attirare le donne, usavano ogni strategia, come per esempio la trasformazione della voce. Per proteggersi dalle anarade gli abitanti del paese, fecero costruire tre cancelli, collocandoli in tre differenti entrate: uno a “Plachi”, “uno a Pizzipiruni” e uno ad “Agriddhea” , che in effetti ancora esistono.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>LA NUOVA ROGHUDI</strong><br />
Nel 1988 vennero assegnate alla collettività gli alloggi costruiti presso la zona San Leonardo nel comune di Melito PS, a due passi dal mare e di fronte alla bellezza ed imponenza dell’Etna che, con le sue cime innevate, riesce molto spesso a far venire in mente le montagne dell’Aspromonte dove per secoli questa gente ha vissuto con sacrifici, con notevoli difficoltà economiche, culturali, e interpersonali.<br />
<strong>La NUOVA ROGHUDI</strong> anche se si trova a due passi del Mar Jonio, è abitata da persone che non hanno mai avuto il cuore alla marina, loro sono rimasti legati alla montagna, alla <strong>ROGHUDI VECCHIA</strong> distesa sopra quei costoni di roccia lambita dalla fiumara Amendolea, in quelle case abbandonate che sembrano narrare al cielo il dolore di una madre dopo aver perso i suoi figli.</p>
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		<title>I Greci di Calabria dal secolo VIII dc ad oggi</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 16:10:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I Greci di Calabria dal secolo VIII dc ad oggi Potrebbe sembrare strano che, parlando di una storia dei Greci di Calabria, se ne parli ancora oggi, fino ai nostri giorni. Ma l´esistenza di una comunità greca nella parte più meridionale della Calabria, filtrata attraverso una serie di dominazioni, periodi storici e culture diverse, da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_53" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-53" title="Filippo Violi" src="http://www.paleaghenea.areagrecanica.it/wp-content/uploads/2009/11/FilippoVioli.jpg" alt="Il Prof. Pippo Violi" width="200" height="186" /><p class="wp-caption-text">Il Prof. Pippo Violi</p></div>
<p>I Greci di Calabria dal secolo VIII dc ad oggi Potrebbe sembrare strano che, parlando di una storia dei Greci di Calabria, se ne parli ancora oggi, fino ai nostri giorni. Ma l´esistenza di una comunità greca nella parte più meridionale della Calabria, filtrata attraverso una serie di dominazioni, periodi storici e culture diverse, da cui fu inondata in più di duemila anni, al di là di un caso particolare, è ragione storica e, storicamente, indiscutibile. Ben poco si sa con certezza delle popolazioni preesistenti alla colonizzazione ellenica, e l´unico dato certo ci è offerto dalla fondazione delle prime colonie sulle coste del mar Jonio da parte dei Greci intorno all´VIII secolo a.C. Ma, se volessimo datare con certezza la fondazione delle colonie greche che orbitano attorno all´area della Bovesìa (Bova &#8211; Bova Marina &#8211; Roghudi -Roccaforte &#8211; Condofuri), dovremmo necessariamente inseguire una lunga teoria di storici e geografi che, in fondo, non hanno fatto altro che inseguirsi a vicenda nell´affannoso tentativo di assegnare un volto ed un luogo di provenienza ai coloni greci che vennero ad abitare sulle nostre terre. Chi erano quei locresi che si stanziarono sulle coste dello Jonio? Non ha dubbi sul punto Strabone: erano Greci della Locride Ozolia!. Su una cosa non si è certi se lo fossero della Locride Opunzia. Locresi Epizefiri furono definiti, ad un parto, da Erodoto, Tucidide, Pindaro (Olimpica X), ecc.. L´indagine sulle fonti storiche anteriori al quinto secolo a.Cr. sono &#8211; per quello che riguarda da vicino &#8211; generalmente scarse e frammentarie. Né Ippi, né Teagene ci sorreggono in questa ricerca, mentre troviamo accenni rarissimi in Erodoto. Va meglio naturalmente con Tucidide. È chiaro che tutti gli argomenti andrebbero approfonditi attraverso l´indagine storica che evitare che tutto o molto rimanga legato alla leggenda o alle tradizioni orali. Alla tradizione fa infatti anche riferimento il geografo Dionigi. Una lunga fase precoloniale di commerci e di empori micenei avevano certamente preceduto la colonizzazione ellenica delle coste della Sicilia e dell´Italia meridionale.La concentrazione dei Greci fu così vasta, le terre colonizzate così fertili, la civiltà che ne derivò così grande, che la regione venne conosciuta col nome di Megale Hellas. Ricca di tensioni e di vicende, dominata da grandi ed a volte nobili personalità, la splendida storia della Magna Grecia fu breve. Secondo una tradizione ormai variamente accettata, la fondazione delle città della Magna Grecia era direttamente collegata al grande movimento migratorio e colonizzatore della Grecia intervenuto intorno all´VIII e VII secolo a.C.. La colonizzazione greca fu soprattutto un “modo di essere dei greci”, e fu proprio la coscienza di questa loro unità etnica che consentì al popolo greco di essere consapevole della propria superiorità nei confronti dei popoli “barbari”. Il termine Megavlh Ellav (Magna Grecia), che all´inizio circoscriveva soltanto l´attuale Calabria e che poi, estesosi, comprese anche la Puglia e la Sicilia, fu usato la prima volta da Polibio, uno storico greco morto nel 125 a.Cr., ma è probabile che già prima di lui, l´avessero usato storici del sec. IV (Eforo, Aristotele, Timeo) e che venisse fin d´allora ricongiunto con Pitagora e col movimento pitagorico.</p>
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		<title>San Luca Vescovo di Bova</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 15:46:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[O àjo Luca, Pìscopo an to Vùadi Filippo Violi
Lègusi ta chartìa ti O Àjo Luca an to Vùa ejènasti forsi condà sto 1050 stin Calavrìa ce epèthane condà sto 1136. Den zzèrome an ene otu, ma charrùme ti tuti na ene i alìthia. Pis ito o Luca? O Luca ito pìscopo ‘zze Rìghi ce ‘zze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>O àjo Luca, Pìscopo an to Vùadi Filippo Violi<br />
Lègusi ta chartìa ti O Àjo Luca an to Vùa ejènasti forsi condà sto 1050 stin Calavrìa ce epèthane condà sto 1136. Den zzèrome an ene otu, ma charrùme ti tuti na ene i alìthia. Pis ito o Luca? O Luca ito pìscopo ‘zze Rìghi ce ‘zze Vùa ce, pùccia ito giùveno eplàteggue cùntra ta usi tos pagàno ce tos grèko ston Vùa. Ecìno eplàtezze jà sarànta pende chònia, ce, mesa ‘zze logo ce àddho, eplàteggue ciòla ‘zze uso tos vutàno na cuddhìusi ce na clàzzusi tus pethammènu, na crùisi stes prandìe, ce àddha ùsi.</p>
<div id="attachment_38" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-38" title="San Luca" src="http://www.paleaghenea.areagrecanica.it/wp-content/uploads/2009/11/SanLuca.jpg" alt="San Luca" width="200" height="237" /><p class="wp-caption-text">San Luca</p></div>
<p>La presentazione di un Syntomon in onore di San Luca, nel 1946, da parte di G. Schirò lasciava irrisolto un problema importante. Chi era Luca? Ma le nebbie intorno alla vita e alla definizione del vescovato di questo santo cominciarono a diradarsi nel momento in cui P. Joannou1 pubblicò le lettere e il testamento spirituale di Luca. Non c’erano più dubbi, si trattava di Luca, vescovo di Bova, nato probabilmente in Calabria intorno al 1050 e morto verso il 1136. Si era rivolto alla vita monastica fin da giovane e, da vescovo, aveva sempre cercato di opporsi a quelle manifestazioni eccessive di dolore o di gioia che esulavano dai rituali religiosi per scadere in quelli che egli definiva “usi e costumi dei Greci e degli Agareni”. Comprensibile l’atteggiamento del santo vescovo mosso dalla preoccupazione di allontanare dal “paganesimo” gli abitanti di Bova e di ricondurli verso l’autorità religiosa, ma la sopravvivenza di queste ed altre usanze presso i Greci di Calabria indicavano chiaramente che era sempre difficile spegnere lo spirito ellenistico presso queste popolazioni. La pietà di questo santo vescovo lo portò a sentirsi vicino alle classi sociali dei diseredati, così come si legge nelle sue Omelie “sapete o figli spirituali e fratelli che (&#8230;) i santi Padri e gli Apostoli(&#8230;) ci raccomandano di confessare ciascuno di noi i nostri peccati nella prima settimana di Quaresima; ciò malgrado possiamo concedere che i contadini e i pastori, per le loro particolari occupazioni, si confessino anche la seconda settimana o ancora la successiva (&#8230;)”2. Nelle sue prediche Luca faceva continuo appello alla religiosità della sua gente, ed è così che, attraverso i suoi scritti e quelli degli agiografi, noi ricaviamo che la popolazione grecanica era dotata di un alto senso di particolare spiritualità fortemente misticizzante, nonostante persistessero ancora quegli usi e costumi che Luca si affannava a condannare. Egli a Bova ed a Reggio aveva riempito quel vuoto trentennale determinato dalla conquista normanna (1059) con le sue infaticabili prediche, rispondendo così alle attese delle popolazioni latine e grecaniche di tutta l’area ellenofona.<br />
Note<br />
1 P. Joannou, La personalità storica di Luca di Bova attraverso i suoi scritti inediti, ASCL,XXIX,1960,pp.179-237<br />
2 Luca, 3,6; Gen. 8,21</p>
<p>SAN LUCA VESCOVO DI BOVA LA CRITICA SAN LUCA TESTAMENTO SPIRITUALE</p>
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		<title>La Biografia di Angelo Maesano a cura di Pippo Violi</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 08:30:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ANGELO MAESANO
Angelo Maesano è nato a Roghudi (vecchio) il 25.9.1915 ed è morto a Roghudi Nuovo il 17.12.2000. E’ stato uno dei maggiori conoscitori della lingua greca di Calabria.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ANGELO MAESANO<br />
</strong>Angelo Maesano è nato a Roghudi (vecchio) il 25.9.1915 ed è morto a Roghudi Nuovo il 17.12.2000. E’ stato uno dei maggiori conoscitori della lingua greca di Calabria.<br />
La stampa italiana ed estera si è interessata più di una volta al suo lavoro. Nella seconda guerra mondiale è stato prigioniero in Russia, successivamente, è stato internato nel campo di Mathausen, dove è riuscito a mettersi in contatto con tanti Greci. Al suo ritorno in patria ha cominciato a scrivere poesie e racconti in grecanico.<br />
Angelo era conosciuto comunemente come “Mastrangelo”. Ha collaborato con il prof. Filippo Violi per la realizzazione delle pubblicazioni Le radici della nostra cultura e Tradizioni popolari Greco-calabre: racconti di un mondo che muore .<br />
Una delle sue liriche, Ela, ela mu condà (Vieni, vienimi vicino), è diventata ormai l’inno ufficiale dei Greci di Calabria.</p>
<div id="attachment_14" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img class="size-full wp-image-14" title="AngeloMaesano" src="http://www.paleaghenea.areagrecanica.it/wp-content/uploads/2009/11/AngeloMaesano.jpg" alt="Angelo Maesano" width="200" height="150" /><p class="wp-caption-text">Angelo Maesano</p></div>
<p>Profondo, inquieto, a volte tormentato, mai però contraddittorio, è il sentimento d’amore che anima la poesia di Angelo Maesano. Una religiosità tutta permeata da motivi ed immagini semplici e profonde allo stesso tempo. Né potrebbe essere diversamente dal momento che l’autore avverte e canta i soli valori e gli impulsi consentiti alla povertà, che possono realizzarsi soltanto attraverso la “santificazione” di quell&#8217; amore giurato comunque e sempre su se stessi.<br />
In un caleidoscopio di sentimenti, di impressioni, di esperienze vissute, di sofferenze e quant’altro, la sua poesia si snoda attraverso tematiche abusate dai grecanici, ma sempre attuali. Non c’è mai l’io esasperato, c’è solo la prova della sua impercettibile esistenza, della corsa verso l’esistere, della sua necessità. L’amicizia, l’abbandono in cui versa la propria terra, la guerra &#8211; che egli ha vissuto da tragedia dentro la tragedia &#8211; i ricordi delle tradizioni sono gli altri motivi più frequenti nei canti di Angelo.<br />
Radicata nella sua cultura periferica la poesia di Angelo Maesano ha assunto i connotati del vissuto biografico ed esistenziale. La sua non è stata fantasia che esplorava il reale: è stata storia calata nel vissuto, nella sofferenza, nel presente, nell’antico che è ancora presente. La sua voce saliva calda, dolorosa, sincera dalle viscere malate della terra grecanica che egli ha inondato nel corso dei suoi anni di tanto sudore, e, come tutti in questa terra, ha pensato collettivamente; ha lottato alla stessa maniera, senza rabbia ma con consapevolezza. Come gli altri ha vissuto alla stessa maniera in questi paesi impastati di rovine e di miseria, inghiottiti dalle montagne, dove il tempo, la fatica e il dolore &#8211; che hanno radici lontane- hanno disegnato i loro volti carichi di umanità.<br />
Con i frammenti dei suoi versi egli ha puntellato la sua cultura e la sua lingua, ed essi sono stati i versi di chi si aspettava che un evento si compisse, cercando di sostenerlo e di sospingere la sua realizzazione attraverso la parola e il canto. Ansia, desiderio di riscatto nei suoi versi che hanno denunciato la sottile ironia ed anche la rabbia di chi non voleva che i rapporti umani venissero regolati dalla violenza e dal permissivismo, in una nazione che un giorno gli aveva chiesto di andare a difendere chissà quali confini in nome di chissà quali ideali, e che oggi ha rafforzato sempre più il cerchio della solitudine sociale e nulla ha fatto per abbattere il muro della fame e della delinquenza.<br />
Così era cominciata e così è finita la vita di Angelo, sempre in guerra, una guerra che ancora oggi segna il suo distacco dalla storia, una storia che ha attraversato il mondo grecanico lasciandogli soltanto la sua caligine e che, al fondo dei fatti che l’hanno costruita, ha trovato, solo per attimi, il tempo di ricordarsi di quest’uomo, ma soltanto per fargli imbracciare un moschetto. La voce di questo autore oggi si attesta per dignità di contenuti accanto a quelle che non si sono trastullate su reiterate tematiche provinciali o su abusate formule di querulità dalle antiche radici. Dai suoi versi si sono articolati le tensioni delle tradizioni culturali dell’isola grecanica che ancora accredita l’isolamento nella società e l’estraneità alla storia. Solo una lettura superficiale della sua poesia potrebbe non farci comprendere che la sua poesia era, a volte sì, sintatticamente elementare ma allo stesso tempo era profonda e schietta. L’elaborazione artistica non è mai apparsa in Angelo, non c’è stata, non avrebbe potuto esserci. Se solo egli si fosse fermato un attimo a badare alla lingua dei suoi componimenti poetici (e probabilmente non poteva nemmeno farlo!), sarebbe scomparsa la freschezza e la genuinità dei suoi versi, quel forte sapore popolare che non ha bisogno di modelli colti e che lo ha reso sicuramente il più popolare dei poeti grecanici. La sua è stata una cultura espressiva e poetica il cui valore risalta solo se è messa in rapporto ai temi che egli ha trattato, non sono stati documenti di lingua, sono stati documenti di vita. Essi hanno tratto forza da quelle persuase posizioni in cui egli portava tutta la carica del suo eccezionale temperamento, precisato, praticato e continuato negli anni; dalle sue drammatiche esperienze e dal suo robusto realismo utilizzando i termini più semplici e, allo stesso tempo, più duri, del linguaggio che denotavano una pienezza realistica difficilmente riscontrabile in altri poeti grecanici.<br />
Poeta ed operaio, poeta del cuore, della rabbia, dei valori universali con cui fortemente concordava la sua personalità, costruita nella esperienza e nella cultura popolare, tra gli anfratti di una lingua che non lasciava spazio all’immaginazione né all’elaborazione stilistica. Alla sua lingua Angelo, più che nobiltà poetica, aveva chiesto l’aderenza ai temi e l’adattamento ai modi popolari, i soli che potevano dare &#8211; anche se con una certa uniformità e monotonia, ma senza diramazioni o sottintesi &#8211; la possibilità di tradurre senza mediazione retorica e nel modo più schietto, la voce dei sentimenti più vari e stimolanti, la consapevolezza e l’archetipa fierezza di chi sapeva di appartenere ad un’antica e nobile cultura; la rabbia di chi era costretto ad assistere impotente allo sfacelo di tutti gli esiti della storia. Le strutture poetiche a volte non trovavano un adeguato movimento linguistico, ma la sua espressione diventava eloquente e vibrante quando si incontravano con la passione ammaestratrice e politica, col suo semplice modo di essere vivo fra sottile ironia, sdegno e dolore, esortazione e rampogna. Questo è stato Angelo, tra Bacco e gioia di vivere, unico conforto all’uomo, unico riparo all’urgenza delle passioni .<br />
Filippo Violi</p>
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